Storia di un gallese “vecchio stampo”

E’ il 1985 e la solita marea di podisti si presenta al via della Roma-Ostia, la più popolare mezza maratona italiana. Al tempo l’inesauribile Luciano Duchi non perde occasione per portare grandi atleti per farli conoscere al movimento italiano, ma quell’anno gli riesce un autentico colpaccio: oltre agli africani c’è il numero uno in assoluto, il neoprimatista mondiale di maratona Steve Jones. Per i giornalisti presenti è una pacchia, alla vigilia si ha modo di conoscere questo gallese che di professione è tecnico d’aerei e che alla maratona ha iniziato a dedicarsi solamente da un paio d’anni, dopo avere speso la prima parte della sua carriera sui 10000 dove ancora ottiene lusinghieri risultati. In quel periodo sugli schermi ha grande risalto il film “Momenti di gloria” che racconta l’epopea della nazionale britannica di atletica alle Olimpiadi di Parigi del 1924 e chi ha modo di parlare con Jones si accorge che in lui alligna ancora quello spirito, quella passione che contraddistingueva i campioni di allora. Anzi, forse Jones è l’ultimo esponente britannico di quella genia.

Steve Jones vincerà quella mezza maratona perché in quel periodo è quasi imbattibile: la sua espressione di corsa forse non è tra le più ortodosse, durante la sua azione appare pesante e sofferente, ma è estremamente efficace, tanto che la sua arma micidiale è il ritmo: non ha cambi sostanziali, ma stronca gli avversari. L’anno precedente, dopo essere finito ottavo sui 10000 ai Giochi Olimpici di Los Angeles, quelli della magia di Alberto Cova, si era schierato alla partenza della Chicago Marathon e tra la sorpresa generale aveva realizzato la nuova miglior prestazione mondiale (al tempo la Iaaf ancora non parlava di record per la maratona) battendo il primato di De Castella. Quella vittoria a Ostia gli conferma di essere sulla strada giusta per il suo nuovo obiettivo: vincere a Londra per dimostrare a tutti coloro che avevano guardato con un po’ di scetticismo alla sua prestazione americana che non era stato un caso. E infatti Londra è un altro trionfo, con un tempo vicinissimo a quello del suo record mondiale, 2h08’16”, solamente 11 secondi oltre la prestazione di Chicago.

Il gallese di Ebbw Wale è inarrestabile e per averlo al via gli organizzatori di tutto il mondo gli fanno ponti d’oro. Ma Jones ha un legame particolare con Chicago e decide di riprovare la carta americana anche perché vuole riprendersi il primato che il portoghese Carlos Lopes gli ha portato via in primavera a Rotterdam. Si allena per settimane nello Utah prima e a Boulder poi, in Colorado, in quella che diventerà la sua casa. Allenamenti frenetici, pesantissimi per l’epoca, basati su una tabella che molti tecnici poi prenderanno ad esempio. La gara è appassionante e Jones porta allo “zenit” la sua tattica: sin dalla partenza il suo ritmo è impressionante, transita ai 10 km in 29’30”, passa alla mezza in 1h01’42”, nella seconda parte il suo cedimento è contenuto anche se nelle ultime sei miglia non riesce più a scendere sotto i 5 minuti. 2h07’13” è il suo tempo finale, quasi un minuto meglio dell’anno prima, ma manca l’obiettivo per la miseria di un secondo… Certamente un aiuto gli è venuto anche dagli avversari, mai a suo contatto eppure vicini, tanto che il gibutiano Robleh, già terzo nello stesso anno in Coppa del Mondo, corre in 2h08’08”. De Castella, il vecchio campione, è terzo, Gianni Poli finisce ai piedi del podio ma con 2h09’57” è il primo italiano a scendere sotto la barriera delle 2h10’ in una maratona velocissima.

Curiosamente la grande dote di Jones è anche il suo limite. Nel 1986 il gallese si presenta da grande favorito ai Campionati Europei: a quella medaglia d’oro ci tiene, ha rinunciato a remunerative apparizioni primaverili andando a prendersi una medaglia di bronzo nei 10000 ai Giochi del Commonwealth per portare gloria al suo Galles (è una delle poche manifestazioni nelle quali può evitare di correre con la nazionale britannica) e verificare la sua base di velocità. A Stoccarda attua subito il suo canovaccio preferito: gli avversari lo sanno e lo lasciano fare, seguirlo sarebbe un suicidio. Sono soprattutto gli italiani i suoi grandi avversari, ma né Pizzolato né Poli possono tenere quei ritmi e Bordin è un neofita. Dopo 32 km il suo vantaggio è superiore ai due minuti e tutti pensano che si corra per le altre due medaglie. Ma in Germania il clima è ballerino e quel giorno caldo e umidità possono fare brutti scherzi. Improvvisamente per Jones si spegne la luce, la strada sembra diventata una salita ripidissima. Gli avversari lo passano in tromba, uno dopo l’altro, con Bordin che andrà a vincere il primo titolo della sua straordinaria carriera davanti a Pizzolato. Per Jones è una battuta d’arresto che lo segnerà per sempre.

La sua carriera non è finita, anzi: nel 1988 iscrive il suo nome nell’albo d’oro della Maratona di New York in quella che sembra completare una carriera di grandissimo spessore. Presto il suo interesse si sposta dall’atletica praticata all’insegnamento. Come detto, si stabilisce a Boulder e diventa uno dei più apprezzati tecnici del mezzofondo prolungato americano: se la nazionale a stelle e strisce appare adesso come l’unica vera alternativa allo strapotere africano e riesce a produrre qualcosa, il merito si deve anche a lui a dimostrazione che quel sistema di allenamento è ancora valido.

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