Cierpinski, l’africano d’Europa

La storia di Waldemar Cierpinski è vecchia di quarant’anni, eppure è di un’attualità sconcertante. Dovrebbe essere imparata a memoria dai ragazzi di oggi, soprattutto da coloro che quando si presentano in gara e vedono al loro fianco corridori di colore dicono di partire già battuti. Senza sapere che il proprio avversario è solamente se stesso.

Mettiamo subito in chiaro che stiamo parlando di un atleta della Germania Est, ossia di quel Paese che aveva fatto del doping un’industria di Stato. Non è questa la sede però per dire se Cierpinski fosse pulito oppure no, non è quello che c’interessa. Dalla sua storia emergono altri valori, altri significati. Ma andiamo per ordine: Cierpinski nasce a Neugattersleben il 3 agosto 1950. Di struttura abbastanza longilinea, da ragazzo si iscrive in palestra, ma questa è in città, lontana chilometri da casa e i genitori non hanno certo tempo né soldi per accompagnarlo in macchina. Waldemar allora macina ogni giorno km e km di corsa per raggiungere la palestra, in modo da arrivare già sufficientemente riscaldato. Ma non è questo il miglior allenamento per il mezzofondo? Non è questo ciò che accade a quasi tutti i talenti kenyani ed etiopi costretti a lunghi trasferimenti quotidiani per andare a scuola? Il risultato è identico: Waldemar affina le sue qualità di mezzofondista a tal punto che viene scoperto da un osservatore locale e cooptato in uno dei principali club della Germania Est, il Chemie Halle. Nel 1966 partecipa alle Spartakiadi, una sorta di olimpiade nazionale: pratica atletica assiduamente da poche settimane, eppure finisce secondo nella corsa campestre. Il talento c’è, ma va costruito pian piano.

Nel 1969 si specializza nei 3.000 siepi e diviene ben presto uno dei migliori interpreti nazionali, ma ciò non basta a farlo scegliere per i Giochi Olimpici di Monaco 1972. La delusione è grande, ma l’età gioca a suo favore, solo che bisogna trovare una specialità più confacente ai suoi mezzi. Cierpinski correva per strada, dal suo paese alla città, forse è la maratona il suo approdo naturale. Nel 1974 debutta in una classica dell’Est Europa, a Kosice, ed è subito terzo in 2h20’28”. Nel 1976 convince i selezionatori a portarlo ai Giochi Olimpici di Montreal vincendo prima la gara di Karl Marx Stadt in 2h13’57”, poi il titolo nazionale a Wittenberg in 2h12’21”. È portato in Canada, ma due maratone nelle gambe possono pesare, poi non ha sufficiente esperienza internazionale, inoltre ci sono ben altri campioni in gara. La maratona olimpica viene da tutti indicata come la grande sfida fra il campione uscente, l’americano Frank Shorter, e il finlandese Lasse Viren, che dopo aver vinto 5 e 10.000 metri (quindi con 35 km già nelle gambe) tenta l’avventura in maratona, gara mai affrontata prima, per imitare l’impresa di Emil Zatopek nel 1952. Nella prima parte di gara è l’altro americano Bill Rodgers, il “re di New York”, a fare l’andatura, ma senza fare selezione. Shorter, specialista consumato, guarda con insistenza gli altri del gruppo di testa, ma quel tedesco est proprio non lo riconosce, pensa che sia il portoghese Carlos Lopes, ma la maglia è diversa… Al 25° km l’americano dà fuoco alle polveri: Viren regge per 200 metri, poi lo lascia andare. Cierpinski guarda gli altri, analizza l’andatura di Shorter e in 400 metri lo va a prendere. È sempre l’americano a fare l’andatura, spinge e spinge, ma quel tedesco non si stacca. Il suo viso è una maschera di fatica, come quello del tedesco, ma mentre questa è un’espressione, quella dello statunitense è la testimonianza del serbatoio di energie che indica il rosso. Al 34° km Cierpinski capisce e allunga. In 1 km il suo vantaggio sale a 13 secondi, alla fine sarà di 50. Quando entra nello stadio, risuonano le note dell’inno della Germania Est, per la premiazione della staffetta femminile 4×400: potrebbe esserci entrata più ad effetto? Waldemar non capisce più nulla, taglia il traguardo ma vede al fianco il contagiri che segnala “1” ed allora riprende a correre e si sorbisce altri 400 metri. Rimane sorpreso quando sotto l’arrivo trova Shorter che lo attende per complimentarsi. È il passaggio di consegne, a suon di record olimpico: 2h09’55”.

Nel quadriennio d’intervallo fra Montreal e Mosca la carriera di Cierpinski non porta molto altro, se non un quarto posto agli Europei di Praga 1978, anzi nella classica giapponese di Fukuoka dello stesso anno fa una pessima figura, finendo 32° in 2h22’49”. Un fuoco di paglia? Solo il tempo potrà dirlo: a Mosca si presenta da campione uscente ma pochi sono pronti a scommettere su di lui, a dispetto del boicottaggio che ha coinvolto molti Paesi occidentali. In gara è il messicano Gomez a tentare la fuga: è uno specialista delle gare americane, un cliente pericoloso, ma con il caldo che c’è rischia di cuocersi, cosa che puntualmente avviene. Viren, che riprova il colpo mancato quattro anni prima con un po’ più di esperienza, è messo fuori gioco dalla dissenteria al 24° km. Al 30° km Gomez ha ancora 23 secondi sui più immediati inseguitori, al 35° viene sorpassato dall’olandese Njiboer, ma intanto dietro sta rinvenendo forte il tedesco di ghiaccio, talmente carico di energie che rintuzza l’estremo tentativo di rimonta del tulipano coprendo gli ultimi 200 metri in 33”4. Dopo Bikila un altro atleta riesce nella doppietta olimpica.

Il sogno è il magico tris, riuscire là dove nessuno ha mai potuto. Il suo avvicinamento ai Giochi Olimpici di Los Angeles avviene questa volta attraverso risultati importanti, come l’argento in Coppa Europa nel 1981, la vittoria nel 1983 e il bronzo conquistato alla prima edizione dei Mondiali ad Helsinki nello stesso anno. Ma il sogno è destinato a rimanere tale, sempre per la piaga del boicottaggio, questa volta alla rovescia. A quel punto Cierpinski non ha più nulla da chiedere all’atletica e chiude con 28 maratone effettuate tra il 1974 e il 1985, di cui 11 vinte. Oggi Cierpinski è commentatore televisivo e organizzatore della Maratona di Lipsia e con il suo esempio si è guadagnato la stima di tutta la Germania. Per chi viene dal Paese del doping di Stato non è cosa di poco conto.

foto archivio Worldathletics

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