Dal 4 maggio si potrà finalmente tornare a correre, allenarsi da soli continuando a salvaguardare la salute degli altri ma finalmente avendo anche cura della propria. Molti appelli all’importanza della corsa e in generale dell’attività motoria per la salute umana, anche come prevenzione in caso di contagio, sono rimasti lettera morta, anzi i runner sono ormai da due mesi oggetto di un’odiosa campagna denigratoria, quando non addirittura di vere e proprie aggressioni per aver “violato il coprifuoco”, dimenticando che con opportune accortezze decise dal Governo, si poteva uscire anche per allenarsi ma vicino a casa (200 mt la distanza massima).

La corsa è diventata improvvisamente la “grande imputata”, forse per il fatto che il “Pazienze 1” di Codogno è un praticante che aveva partecipato in febbraio alla Maratonina delle Due Perle a Santa Margherita Ligure e a un’altra corsa prima di ammalarsi. Da lì è iniziata una clamorosa campagna di stampa, nella quale giornalisti e virologi hanno fatto a gara per distruggere un pezzetto alla volta l’immagine del runner, fra battutine, risolini compiaciuti e in generale una completa mancanza di tatto e anche di conoscenza del settore.

Tra un decreto economico e l’altro, nessuno ad esempio ha posto l’accento sul fatto che la corsa e in generale lo sport muovono grandi interessi, nel senso che danno da mangiare a migliaia di famiglie: organizzatori, addetti ai lavori, impiegati delle società, addetti all’informazione e non solo quindi gli sportivi professionisti vivono di quest’attività. Nei decreti presidenziali un contributo è emerso, una goccia in un mare se non si lavora per riaprire anche alle gare, alla piena attività. Salvaguardando la sicurezza, certo, ma pensando anche che senza attività lo sport rischia di morire e con esso una fetta importante della popolazione.

In tutto ciò, di fronte alla distruzione di decenni di campagne per la salute pubblica attraverso l’attività fisica all’aperto e la corsa in particolare, è mancata una voce, quella che prima di tutti doveva levarsi alta e solenne: la Fidal. In decine di programmi televisivi, a fronte di virologi e infettivologi che segnalavano l’importanza dello stare a casa affermando anche che chi corre non doveva farlo, non c’era alcun contraddittorio. Ci saremmo aspettati di vedere il presidente Giomi partecipare non alla Domenica Sportiva o ad altri programmi simili, pur sempre rivolti a un pubblico già coinvolto, ma ai programmi d’informazione sul coronavirus, sulle reti Rai come Sky o La7, a difendere la pratica atletica, a dire che sì, bisogna evitare gli assembramenti e per questo ogni gara è stata cancellata, ma correre fa comunque bene alla salute, anzi è fondamentale.

Invece nulla, sul sito federale si è continuato come se nulla fosse, adattandosi alla situazione proponendo attività tecnica online utile sì, ma solo agli addetti ai lavori. Per il resto, silenzio assoluto, lasciando che l’immagine atletica venisse frantumata. Un giorno si ripartirà, sì, ma bisognerà prima fare la conta dei danni, capire come si può ripartire e soprattutto come si potranno coinvolgere negli anni futuri i bambini, i praticanti di domani, che ora sono completamente disincentivati a partecipare tra una scuola che non esiste più e una famiglia che guarda alla corsa con obbrobrio. Sarebbe bastata una parola, sarebbe bastato rispondere con i fatti, far capire qual è l’importanza della corsa, una delle prime grandi sconfitte da questa guerra che combattiamo tutti i giorni.

credito foto runningitalia.it

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