E’ così che viene chiamata in Portogallo la pluricampionessa di maratona Rosa Mota. Molti la considerano la più grande maratoneta di sempre e tale giudizio non è che possa essere contraddetto con facilità, anche se fare confronti fra diverse epoche è sempre difficile. Il curriculum della lusitana ben difficilmente potrà mai essere eguagliato, perché a differenza di quasi tutti gli specialisti è stata capace di dominare sia le prove titolate, quelle dove si corre per la medaglia d’oro, sia le grandi classiche, affrontate dietro una lepre oppure in mezzo a nugoli di concorrenti dell’altro sesso dov’è difficile anche scorgere e capire qual è la situazione della prova femminile.

Gli inizi di Rosa Mota sono dettati da un’esigenza: la bambina portoghese soffre di asma e il medico consiglia alla sua famiglia di farle fare sport all’aria aperta, meglio ancora se la corsa. Rosa inizia con il cross country e diventa subito una buona interprete, ma non sa che saranno le gare su strada a consentirle di diventare una leggenda. In questo un grosso peso lo ha Pedro Pedrosa che quando la ragazza ha 22 anni la prende sotto la sua custodia tecnica e la seguirà per tutta la sua carriera. Nel 1982 la Mota affronta la sua prima gara sui 42,195 km, i Campionati Europei di Atene, vero battesimo della maratona femminile in una grande manifestazione. La Mota non è tra le favorite, eppure domina la competizione infliggendo una severa lezione alla norvegese Ingrid Kristiansen, grande specialista. L’anno dopo finisce ai piedi del podio ai Campionati Mondiali di Helsinki, dove si presenta fra le pretendenti al titolo anche per la vittoria nella classica di Rotterdam. Cancella la delusione finlandese andando a Chicago per aggiudicarsi un’altra classica. Sarà questa una delle poche eccezioni alla sua regola che vuole per ogni anno la disputa di due maratone al massimo livello, una classica e una prova titolata. Nel 1984 ottiene il bronzo ai Giochi Olimpici di Los Angeles, dimostrando di essere sempre davanti nelle occasioni che contano, ma la concorrenza per una competizione “giovane” come la maratona femminile è tanta e la Mota sta crescendo. Nel 1986 inizia infatti il suo dominio totale sul movimento. Forse anche grazie alla consapevolezza di poter correre forte acquisita l’anno precedente a Chicago, quando dopo due vittorie consecutive deve accontentarsi del terzo posto dietro la vincitrice statunitense Joan Benoit (l’olimpionica di Los Angeles) e la Kristiansen, ma con 2h23’29 stabilisce quello che rimarrà il suo record personale.

Dicevamo del 1986: a Stoccarda conquista il suo secondo oro europeo, l’anno dopo viene a Roma e vince il titolo mondiale in 2h25’17”, tempo che ancora oggi è fra le tre migliori prestazioni mai corse sul territorio italiano. Nel 1988 a Seoul completa il suo “Grande Slam” aggiudicandosi il titolo olimpico dopo una prova al cardiopalma, dove attacca a soli 2 km dall’arrivo per staccare di 13” la specialista australiana Lisa Martin. Nel 1990 si ripresenta ai Campionati Europei di Spalato sull’onda della sua terza vittoria sulle strade di Boston e si getta nella corsa con una tattica spregiudicata, forse anche troppo visto che a metà gara ha un vantaggio di un minuto e mezzo sulle più immediate inseguitrici. Nella seconda metà la portoghese soffre per lo sforzo e al 35° km viene agguantata dalla russa Valentina Yegorova. Ormai tutti la danno per spacciata, invece la lusitana ha riacquistato preziose energie e nel finale allunga per battere la rivale di appena 5”. Il nervo sciatico però comincia a farsi sentire: dopo la vittoria a Londra nel 1991, ai Mondiali di Tokyo è costretta al ritiro e quando la cosa si ripete a Londra nel 1992 decide di mettere fine alla propria carriera rinunciando a difendere il titolo olimpico a Barcellona. In Portogallo è un mito e sfrutta questa popolarità dandosi alla politica, venendo eletta nel parlamento lusitano.

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